XY Sandro Veronesi

Causazione cumulativa e scienza economica in Gunnar Myrdal

1. Gunnar Myrdal (1898-1987) è comunemente considerato uno dei principali autori dell’approccio basato sulla causazione cumulativa. Tale approccio, che ha una lunga storia nel pensiero economico, rimane tuttavia ancora scarsamente indagato nelle sue componenti metodologiche ed analitiche.

Lo scopo di questo articolo è di esplorare da questo punto di vista l’opera di Myrdal. L’idea centrale è che l’economista svedese arrivi alla ‘causazione circolare e cumulativa’, come da egli definita, dopo un lungo percorso intellettuale che lo porta gradualmente dall’adesione piena al progetto scientifico della scuola di Stoccolma alla condivisione di un approccio sostanzialmente dinamico-evoluzionista. Come l’articolo cercherà di mostrare, tale percorso è caratterizzato dalla presenza di alcuni snodi epistemologici, metodologici e teorici di grande rilevanza per la discussione di temi che sono al centro del dibattito contemporaneo sulle scienze sociali, tra questi una concezione relativista di scienza e lo studio dei processi dinamico-evolutivi. I due temi, nel pensiero di Myrdal, si presentano strettamente connessi tra loro.

Il lavoro che segue è così strutturato. Il secondo paragrafo ha lo scopo di evidenziare gli aspetti complessi e apparentemente contraddittori dell’opera di Myrdal; il terzo e il quarto delineeranno i tratti essenziali del percorso epistemologico, metodologico e teorico seguito dall’autore; il quinto e il sesto discuteranno dei temi più direttamente collegati alla causazione circolare e cumulativa; l’ultimo, infine, conterrà delle conclusioni.

2. Gunnar Myrdal, afferma Paul Streeten, fu uno di quegli studiosi che, al pari di Thorstein Veblen o Joseph Schumpeter, non formarono alcuna scuola essendo il loro pensiero non facilmente sistematizzabile e cristallizzabile. Egli fu soprattutto“a heterodox dissenter” il cui lavoro scientifico fu molto criticato dagli economisti a causa della sua presunta vaghezza. In effetti, l’economista svedese preferì “to be vaguely right to being precisely wrong (Streeten, 1998, p.541), poiché pensava che se l’oggetto di analisi è per sua natura impreciso risulta fuorviante descriverlo in termini precisi. Lo stesso Streeten racconta che Myrdal insignito nel 1974 del premio Nobel provò a rifiutarlo, sostenendo che esso non era adatto ad una materia non scientifica come l’economia. E nella Nobel Memorial Lecture (1975), dove egli scelse di trattare il tema dell’uguaglianza nello sviluppo mondiale, sottolineò i molti elementi economici, sociali, psicologici e politici che condizionano i modi in cui questo problema può essere pensato. Riteneva infatti che nell’attività conoscitiva, anche in quella strettamente scientifica, operasse sempre un qualche giudizio soggettivo o un qualche ‘opportunismo’.

Il ritratto fornito da Streeten si adatta bene alla seconda fase dell’attività intellettuale di Myrdal, mentre la prima, che va approssimativamente dal 1927 al 1934, si svolge per molti aspetti sotto l’egida dell’ortodossia teorica essendo direttamente influenzata dalla scuola economica svedese. Questa adottava una metodologia di tipo neoclassico, e si richiamava ad una concezione tradizionale di scienza, quella di matrice positivista. In questo primo periodo ebbe una notevole influenza su Myrdal il filosofo neopositivista svedese Axel Hägerström (1868-1939), il quale aveva avuto un ruolo significativo nella formazione della generazione postbellica di giuristi e studiosi di scienze sociali svedesi. Questi avevano accolto con favore soprattutto la sua critica alla metafisica dei valori, incentrata sulla distinzione logica esistente tra convinzioni intorno alla realtà e valutazione di essa. Mentre le convinzioni, ossia le conoscenze di un individuo, possono essere giudicate in base ai criteri di vero e di falso, gli stessi criteri non sono applicabili alle valutazioni le quali hanno una natura soggettiva, riguardando esse i giudizi circa la desiderabilità di un certo stato di cose (Myrdal 1958,1966 p.241). Un’influenza meno diretta ma che comunque aveva contribuito ad orientare Myrdal nello stesso senso era stata infine quella di Max Weber.

Il lavoro dell’economista svedese in questo primo periodo si articola su due livelli di riflessione: uno epistemologico-metodologico e l’altro teorico. Nel primo, egli si propone di indagare i nessi esistenti tra giudizi di valore e teorie scientifiche con lo scopo di definire le condizioni di esistenza di una scienza economica oggettiva. Nel secondo, egli studia i modi di modificare il concetto di equilibrio statico ai fini di sviluppare un’analisi dinamica.

La cronologia delle opere conferma che entrambe queste linee di ricerca vengono sviluppate dall’autore in maniera parallela a partire dagli anni ‘20-‘30. Già a metà del suo percorso, però, egli si trova ad aver capovolto il punto di partenza e lo scopo stesso delle sue ricerche, affermando, con un notevole anticipo rispetto agli sviluppi del dibattito sul metodo della seconda metà del ventesimo secolo, la relatività storico-culturale di ogni forma di conoscenza nel campo delle scienze sociali. Questo risultato si intreccia con quello ottenuto in ambito teorico dove l’autore introduce alcuni concetti particolarmente innovativi per la modellistica economica.

Infine, in un articolo del 1978, che rappresenta una sorta di bilancio della sua attività, Myrdal dichiara la sua adesione all’istituzionalismo. Con questo termine egli indica un metodo di analisi in cui giocano un ruolo fondamentale sia il concetto di causazione circolare e cumulativa che il problema delle valutazioni. L’autore, comunque, non riconduce tale metodo a qualche scuola in particolare, come per esempio all’istituzionalismo americano. Anzi, nei confronti di questo gruppo la sua posizione rimase nel tempo piuttosto critica, specie per quanto riguarda i temi epistemologici.

Nel 1929-30 egli aveva trascorso un anno in America dove aveva conosciuto Wesley C. Mitchell e John R. Commons. In seguito, pur accennando “a tutte le cose positive” che aveva imparato dai suoi “amici americani della scuola istituzionalista” (1958, 1966 p.244), egli criticava il loro ingenuo empirismo che si esprimeva nell’escludere il problema delle ‘valutazioni’ dall’ambito di indagine dei fatti economici e sociali. Egli riteneva che il loro approccio continuasse ad assumere implicitamente le basi normative dei classici, soprattutto in relazione al concetto di ‘benessere generale’ in cui le due componenti, quella positiva e quella normativa, non risultavano distintamente separate.

Con riguardo comunque ai temi teorico-metodologici, l’indipendenza di Myrdal rispetto all’istituzionalismo americano si presenta più controversa. Il concetto di causazione circolare e cumulativa che l’autore accoglie come idea centrale dell’istituzionalismo, pone infatti una relazione molto stretta con Veblen. Tuttavia egli non chiarirà mai i termini di tale rapporto né parlerà mai di un suo eventuale debito nei confronti di Veblen.

3. I principali passaggi del percorso epistemologico compiuto dall’economista svedese sono condensati nell’opera The Political Element in the Development of Economic Theory (1930) e nei diversi articoli e capitoli raccolti nei volumi Value in Social Theory (1958) e Objectivity in Social Research (1969).

In The Political Element Myrdal poneva il problema di come impostare una ricerca sistematica della ‘verità’ nel campo delle scienze sociali. Egli criticava il legame tra valutazioni e teoria e dimostrava come la teoria economica, anche la più moderna, fosse permeata da residui di preconcetti normativi ereditati dalla tradizione scientifica che si era sviluppata entro le correnti filosofiche del diritto naturale e dell’utilitarismo.

Il carattere particolare del pensiero giusnaturalistico, fatto proprio dall’utilitarismo, stava infatti “nello sforzo di identificare, immediatamente e senza lunga dimostrazione, l’essere e il dover essere e di porre sullo stesso piano ragione e natura” (1930, 1940, p.58). La determinazione di regole normative, attraverso vie teoretiche, era il compito principale che tale pensiero si assumeva.

Nel processo di formazione dell’economia pura, pertanto, l’elemento politico ha avuto un gran peso; ed ancora, a causa del conservatorismo filosofico tipico dell’economia che è sempre rimasta ancorata al suo fondamento iniziale, esso permea di sé diversi concetti.

L’idealizzazione politica dei Fisiocratici di uno stato sociale libero coincise, afferma Myrdal, con un’astrazione teoretica, il concetto di circuito, certamente utile e necessaria per la trattazione dei problemi economici. Lo stesso si può dire per il concetto di equilibrio, il quale appartiene “a quei pericolosi concetti dell’economia pura, che rendono ancora oggi possibile…una deviazione dalla spiegazione teoretica alle speculazioni normative” (1930, 1940, p.58).

Componenti normative si ritrovano peraltro nelle idee di armonia, stabilità, utilità, benessere sociale. “Allorché diciamo che una situazione sociale è in armonia…, o che è in equilibrio, o che le sue forze sono tra loro organizzate, adattate o aggiustate, è pressoché inevitabile l’implicare che si sia raggiunto un qualche ideale, in termini di ‘felicità individuale’ o di ‘benessere comune’. Una situazione del genere è pertanto valutata come ‘buona’ e ogni movimento nella sua direzione è ‘desiderabile’ (1958, 1966 p.144). Spesso gli elementi metafisici non compaiono apertamente ma sono impliciti nella selezione dei problemi che vengono posti, nel modo di affrontarli, nelle soluzioni che se ne offrono. Il concetto stesso di valore è il segno caratteristico della natura normativa dell’economia, così come ne è lo strumento teorico centrale.

Neanche quando la filosofia ingenua del diritto naturale fu superata dall’uso delle categorie di ‘mezzi’ e ‘fini’ il carattere normativo o teleologico dell’economia politica venne meno. Tali categorie acquistarono man mano progressiva importanza per ordinare e classificare i dati dell’indagine scientifica, ma fino alla seconda metà del diciannovesimo secolo, esse compresero indistintamente sia l’uso di un criterio causale o positivo che di uno normativo. La tendenza verso una distinzione fra i due criteri si affermerà gradatamente, e solo i tardi classici (J. Stuart Mill) tentarono di tracciarne chiaramente la differenza, giungendo a riconoscere l’impossibilità logica di razionalizzare il “dover essere” direttamente in termini dell’”essere” (1958, 1966 p. 200). In questo modo, gli aspetti normativi finirono con l’essere implicati solo nella definizione dei fini e potevano essere considerati esterni all’ambito scientifico vero e proprio: “Valori vengono attribuiti ai mezzi solo indirettamente, mediante i valori attribuiti al fine al quale i mezzi possono servire. Di per se stessi i mezzi sono considerati neutrali e liberi da valori” (1958, 1966 p.203).

Anche la moderna economia, in particolare l’economia del benessere, sia nella versione paretiana che in quella bergsoniana, applicava il modello fini-mezzi, confinando i giudizi di valore nell’ambito di una funzione del benessere sociale data.

Per Myrdal, tale soluzione non poteva considerarsi soddisfacente, poiché nelle diverse costruzioni teoretiche come pure nella pratica scientifica rimanevano ancora molte contraddizioni logiche. Una delle più eclatanti riguardava la teoria del consumo e del benessere, nel cui ambito neanche i teorici delle scelte erano stati in grado di fatto di abbandonare l’illogico esercizio di sommare le utilità o i bisogni individuali. Un’altra contraddizione era rappresentata dalla separazione tra sfera della produzione e sfera della distribuzione, operata da diversi economisti allo scopo di dimostrare, almeno nell’ambito della prima, la superiorità del liberalismo economico.

Purtuttavia, in The Political Element (1930) Myrdal mostrava di ritenere, in accordo con un’impostazione neopositivistica, che l’impresa volta a delimitare all’interno delle teorie economiche un nucleo scientifico, libero da giudizi di valore, fosse possibile. Egli pensava che “una volta amputato l’elemento metafisico, sarebbe rimasta una teoria positiva indipendente da qualsiasi valutazione soggettiva: e che quindi sarebbe diventato possibile raggiungere la soluzione di problemi pratici e politici, semplicemente con l’aggiungere alla conoscenza dei fatti e dei loro rapporti un insieme di premesse prese dalla sfera di valutazioni, e con il trarre le conclusioni” (1958, 1966 p. 244). Questa convinzione andò con gli anni sempre più attenuandosi; e già in un articolo del 1933 (“Fini e mezzi in economia politica”) egli, descrivendo la difficoltà di applicare le conclusioni precedentemente raggiunte, svolgeva una critica serrata alle categorie ‘mezzi’ e ‘fini’ o meglio alla loro supposta separabilità. I mezzi, al pari dei fini, non possono essere considerati eticamente neutrali, poiché essi sono suscettibili di valutazioni non solo in senso strumentale (in relazione al fine) ma anche di per se stessi. Il confronto e la scelta tra linee di azione alternative implicano infatti sempre delle valutazioni, e pertanto queste ultime vanno riferite ad intere sequenze e non solo al risultato finale previsto. Inoltre, data una certa situazione iniziale, “un fine desiderato, se raggiunto, non è mai raggiunto allo stato puro. Il processo sociale dinamico posto in movimento dai mezzi dà luogo a numerosi altri cambiamenti oltre al positivo conseguimento del fine. E la premessa di valore prescelta deve tenere conto anche di questi effetti accessori dei mezzi” (1933, 1958, 1966 p.49). Di conseguenza, se i mezzi non sono neutri ma collegati, attraverso effetti secondari, all’intero problema sociale, l’impresa volta a costruire “un’economia politica pratica pienamente relativistica svincolata dai valori, e al tempo stesso sistematica”, imperniata sul rapporto mezzi-fini, diviene di incalcolabile complessità. Il compito infatti che essa si assume è di discernere chiare relazioni causali nell’insieme dei mezzi. Questi sono caratterizzati sia da valori indipendenti che da valori strumentali i quali possono essere scoperti “soltanto per mezzo di un’analisi causale di linee di azione e di situazioni finali alternative, in riferimento a fini postulati e a effetti secondari aventi (a loro volta) valori indipendenti" (1933, 1958, 1966 p.206).

Successivamente, Myrdal arrivava alla conclusione che tutti i concetti scientifici in quanto astrazioni sono per questo normativi, non solo nel senso che possono essere impiegati per convincere o raccomandare, ma anche nel senso più fondamentale che l’applicazione di un giudizio appare necessaria alla determinazione degli oggetti o dei fatti che debbono venire raggruppati entro un dato concetto. Il risultato dunque cui perviene Myrdal, partendo dalla critica all’’incongruenza naturalistica’ dell’utilitarismo, è l’impossibilità di liberare l’indagine scientifica da ogni aspetto normativo.

Nel valutare negli anni seguenti l’approccio iniziale seguito in The Political Element egli si dichiarerà colpevole di ‘empirismo ingenuo’: “I still believed that there was a solid and objective value-free economic theory. Now after further studies in several fields… [I realize] that this is mistaken and that value premises are needed already in the attempt to establish facts and causal relations between facts” (Myrdal 1972, p. 351).

I saggi raccolti nel volume del 1958, scritti nei decenni successivi a The Political Element, segnano già una svolta netta e pur non arrivando a conclusioni definitive descrivono il punto di approdo del pensiero myrdaliano sull’argomento, che da allora non subirà modificazioni di rilievo. Il successivo lavoro del 1969, è una raccolta di brevi saggi nata da un ciclo di lezioni universitarie che ripropone e riassume le argomentazioni delineate in precedenza.

Che tipo di scienza risulta allora possibile? La soluzione risiede forse nel relativismo e nel pragmatismo? Myrdal respinge quest’ultima opzione e sembra accogliere invece una concezione dell’economia vicina a quella condivisa nel diciottesimo e diciannovesimo secolo. L’economia viene intesa cioé sia come ‘scienza morale’ che come scienza empirica, con l’importante differenza però rispetto a quell’idea della consapevolezza del carattere esplicito da attribuire alle premesse di valore e ai punti di vista adottati, i quali possono essere solo postulati e non logicamente criticati.

Così l’autore scrive nel Poscritto al volume del 1958 “il vecchio sistema di economia politica… è indubbiamente fondato su nozioni metafisiche e può pertanto essere demolito da un esame logico, come credo di aver già dimostrato in Political Element: non credo di dover ritrattare la mia completa negazione delle teorie del valore e del benessere. Ma è altrettanto certo che valutazioni sono necessarie in ogni lavoro scientifico, dal principio alla fine” (1958, 1966, p.249).

Come va formulato pertanto questo apriori della ricerca scientifica? Poiché non si tratta di premesse autoevidenti di tipo naturalistico, l’attenzione va orientata al contesto storico culturale e ai valori che esso esprime. In questo senso lo sforzo richiesto è di cercare una base empirica per le premesse dell’analisi. Le valutazioni cioé debbono essere anch’esse accertate come fenomeni sociali, essere rilevanti e significative per la società.

L’apriori così formulato conduce ad un peculiare concetto di ‘oggettività scientifica’. “L’unico modo in cui possiamo sforzarci di raggiungere una certa ‘oggettività’ è – a livello di analisi teoretica – quello di portare innanzitutto le valutazioni in piena luce, di renderle consce, esplicite e precise e di lasciare che siano esse a guidare l’impostazione della ricerca… ciò come condizione perché la ricerca possa davvero aspirare ad essere ‘oggettiva’ – nell’unico senso che questo termine può avere nelle scienze sociali” (1969, 1973 p.44).

4. Il percorso teorico dell’autore ha una stretta rispondenza con quello epistemologico appena descritto. Nel primo periodo (1927-1933) gli interessi teorici di Myrdal si collegano a quelli della scuola di Stoccolma. Quest’ultima, pur basando la propria metodologia sulla nozione tradizionale di equilibrio meccanico o fisico, mirava a creare un metodo dinamico di analisi. L’interesse per i problemi dinamici, come sottolinea lo stesso Myrdal, faceva riferimento ad una peculiare concezione epistemologica. Per quanto gli esponenti di tale scuola si riferissero ad un ideale di teoria astratta intesa come un cerchio logico chiuso e coerente, nutrivano allo stesso tempo la convinzione che debba esserci un anello di congiunzione empirico, che le assunzioni teoriche devono conciliarsi senza contraddizioni con le nostre concezioni della realtà.

Negli anni ‘20-’30 i diversi contributi della scuola svedese avevano in comune l’interesse per il fenomeno economico concepito come un processo che si svolge nel tempo. Essi intendevano così porre le basi per “un’analisi sequenziale… in cui le variazioni sono riferite ad intervalli successivi di tempo” (Lundberg,1937 pp.46-47). L’approccio seguito prevedeva la suddivisione del processo economico in periodi unitari di tempo e l’introduzione di legami nella successione dei periodi. >br />In quegli anni erano stati presi in considerazione soprattutto i legami di tipo meccanico. Date certe relazioni tra le variabili in un dato momento, che rimangono immutate nel tempo, si introducono dei ritardi temporali per esplicitare i nessi relativi ai processi di aggiustamento e calcolare il valore delle variabili nelle posizioni intermedie tra punti iniziali e terminali. Il sentiero di sviluppo dell’intero processo rimaneva comunque specificato all’inizio, quando determinati valori erano attribuiti alle variabili e ai parametri del sistema.

Myrdal si inserì in questo progetto analizzando però una diversa tipologia di legami tra i periodi di tempo, le aspettative dei soggetti economici.

Sotto l’influenza dei lavori sull’incertezza di Gustav Cassel e Frank Knight l’autore aveva già affrontato l’argomento nella tesi di dottorato del 1927, dove aveva introdotto alcuni elementi originali nell’analisi tradizionale di equilibrio. Avendo preso in considerazione le aspettative, egli aveva messo in rilievo alcuni problemi di aggiustamento tra le diverse grandezze. La tematica delle aspettative, comunque, si prestava ad essere ulteriormente sviluppata. Nel lavoro successivo sull’equilibrio monetario, egli infatti affronterà una serie di problemi diversi da quelli di un semplice aggiustamento meccanico tra le grandezze, primo tra tutti quello degli aggiustamenti effettivi nel tempo in quanto legati alla valutazione soggettiva degli individui circa gli andamenti futuri delle variabili. Date certe condizioni, queste valutazioni apparivano in grado di innescare processi cumulativi che potevano allontanare il sistema dal percorso prestabilito. In essi prevalevano cioé non tanto i legami meccanici che stabiliscono a priori una traiettoria tra i diversi punti, quanto piuttosto i legami ‘storici’ che modificano relazioni e parametri definiti all’inizio della sequenza. In questo modo, i processi economici potevano diventare sequenze temporali dall’esito non predeterminato, cioè non necessariamente convergenti ad una soluzione di equilibrio. Come dirà Myrdal, ”la qualità più essenziale dei reciproci aggiustamenti da studiare è che essi richiedono tempo e che perfino l’ordine temporale in cui si verificano è determinante per il risultato. Dissimulando i cambiamenti entro i punti di demarcazione atemporali compresi tra periodi, in pratica si lasciano insoluti i problemi dinamici… Il verificarsi di un cambiamento è in contraddizione con l’idea di un punto atemporale. In un punto esistono soltanto tendenze che si possono e si devono studiare come fase preparatoria all’analisi dinamica vera e propria, che si riferisce allo sviluppo causale nel tempo fino al prossimo punto studiato”(1931, 1987 p. 197).

In Monetary Equilibrium, Myrdal, adottando il metodo della ‘critica immanente’, offre una rilettura dell’opera di Wicksell (Interest and Prices, 1898) facendone emergere gli aspetti più controversi, riconducibili all’uso di strumenti analitici statici per lo studio di un processo che è invece essenzialmente dinamico. Myrdal pone l’attenzione sia alla teoria dell’equilibrio monetario che alla nozione di processo cumulativo. Può risultare utile riassumere brevemente l’interpretazione in questione, per la quale Myrdal dichiara di avvalersi del successivo dibattito svedese e soprattutto dell’apporto di Erik Lindhal (1929, 1939).

Il modello di Wicksell prende in considerazione un sistema economico in cui il mercato reale e quello monetario sono inizialmente in equilibrio, vi è cioè completa corrispondenza fra il saggio di interesse monetario e saggio di interesse reale o ‘naturale’. In seguito ad una discrepanza tra essi, a un declino per esempio del saggio monetario (o ad un incremento del saggio ‘naturale’), il valore capitale reale esistente aumenta, aumentano cioé le possibilità di profitto. Gli imprenditori cercheranno di sfruttare tali opportunità convertendo la loro attività dalla produzione di beni di consumo a quella di beni capitali reali e in ogni tipo di produzione verranno impiegati metodi più capitalistici. Il trasferimento dei fattori produttivi implica un aumento dei loro prezzi e dei loro redditi, ma gli imprenditori saranno in grado di pagare prezzi più elevati a causa delle possibilità di maggiori profitti. Lo spostamento fa diminuire anche la produzione di beni di consumo i cui prezzi aumenteranno poiché l’aumento del reddito conduce ad un aumento della domanda. Non appena i prezzi dei beni di consumo saranno aumentati, i valori capitali aumenteranno nuovamente, poiché l’aumento dei prezzi del primo gruppo di beni rende più ottimistiche le previsioni. Il processo può così alimentarsi all’infinito. Caratteristica di tale processo è dunque una rincorsa dei differenti livelli dei prezzi: quelli del capitale reale, dei fattori della produzione, e dei beni di consumo. Sono implicite in esso non soltanto certe relazioni causali fra i diversi livelli dei prezzi, ma anche una data sequenza nei loro movimenti. La rincorsa inflazionistica può arrestarsi solo se il divario tra saggio di interesse monetario e naturale viene eliminato dalle autorità monetarie. Gli investimenti reali cesserebbero così di portare con sé guadagni o perdite speciali e la condizione di equilibrio sarebbe soddisfatta.

Allo stesso modo in cui è possibile mostrare l’impatto positivo delle anticipazioni sul valore dei beni di investimento, è possibile ovviamente mostrarne anche l’impatto negativo. Una riduzione dei prezzi dei beni di consumo in una fase decrescente del ciclo ha effetti negativi sul valore degli investimenti. Il conseguente aumento dei risparmi ha a sua volta l’effetto di amplificare la recessione.

Un contributo originale di Myrdal in questo lavoro concerne la definizione e l’uso dei concetti di ex ante ed ex post. Le aspettative, che si traducono in piani imprenditoriali, rendono possibile la spiegazione dei fenomeni di disequilibrio. Le anticipazioni cioè, in quanto grandezze ex ante, possono differire dai risultati, dalle grandezze ex post. In un processo produttivo che si svolge nel tempo i soggetti economici non risultano capaci di eliminare l’incertezza; anzi questa incapacità iniziale si rafforza nel corso delle varie sequenze a causa di un persistente ritardo temporale tra decisioni intraprese e realizzazioni produttive. La nozione di equilibrio si dimostra in questo caso strettamente dipendente dalle condizioni esistenti ad un dato periodo di tempo, legata cioè al caso particolare in cui le quantità ex ante si bilancino con quelle ex post essendovi “correspondence between the actual and anticipated course of events" (Seccareccia 1992, p.159). Una qualche differenza tra i due livelli induce infatti ad una revisione delle anticipazioni dando luogo ad un processo cumulativo irreversibile il cui punto di arrivo non è conoscibile a priori.

Nello stesso lavoro, Myrdal affronta inoltre alcune tematiche che preludono alla chiara svolta che egli di lì a poco imprimerà al suo lavoro teorico. Una prima riguarda lo status delle anticipazioni e cioè i modi della loro formazione, del loro cambiamento, delle loro relazioni con norme e valutazioni. I comportamenti dei soggetti economici sono ricondotti direttamente al loro substrato storico-istituzionale. Così l’ipotesi di massimizzazione relativa al comportamento imprenditoriale, è considerata “una semplice affermazione riguardante il comportamento degli individui in presenza di istituzioni capitalistiche” (1931, 1987 p.359). Myrdal dichiara cioè di rifiutare qualsiasi giustificazione metafisica dell’azione economica, riferita cioè ad una supposta natura umana, come quella implicita invece nel concetto di ‘razionalità’.

Una seconda tematica concerne il ruolo delle istituzioni, o della politica economica ritenuta necessaria per la stabilizzazione dei prezzi. Quale rapporto intercorre tra modello teorico e politica monetaria? L’autore, seguendo le conclusioni di The Political Element, ritiene importante distinguere il concetto di equilibrio monetario, inteso nella sua accezione teorica, dall’equilibrio monetario inteso come modello pratico di politica economica che trova le sue giustificazioni nei giudizi di valore. Tuttavia, egli non può fare a meno di trovare un legame tra i due significati, esistendo una relazione tra equilibrio monetario e politica monetaria (stabilizzazione del livello dei prezzi, eliminazione dei cicli): entrambi postulano una particolare visione della società, l’armonia degli interessi (Bellet e Sosthe, 1999).

Un’ultima tematica, infine, concerne il significato peculiare assunto dalla nozione wickselliana di equilibrio. Se una deviazione per quanto piccola avvia uno sviluppo dinamico nel corso del quale l’equilibrio viene definitivamente abbandonato, non appare più possibile stabilire con precisione il significato di tale concetto. Esso infatti non possiede la stessa natura teorica del concetto di equilibrio generale dei prezzi. L’analisi statica del processo di formazione dei prezzi presuppone infatti che una qualunque deviazione dalla posizione di equilibrio determini sempre la reazione di forze (retroazioni negative) che la ristabiliscono. L’equilibrio rappresenta così una sorta di realtà virtuale, un obiettivo verso cui lo sviluppo tende. Nel modello di Wicksell invece “l’equilibrio monetario è per sua natura instabile e pertanto esso lungi dal costituire una tendenza è esattamente il suo contrario. E’ uno stato del sistema che deve essere sostenuto contrastando incessantemente l’influenza di tutti i cambiamenti primari che sopraggiungono”(1931, 1987 p.189). Pertanto, conclude Myrdal, l’analisi di un processo dinamico ha rilevanti conseguenze per il concetto di equilibrio che così cambia significato e ruolo, diventando un concetto di importanza puramente strumentale per lo studio di situazioni effettive o ipotetiche; esso si dimostra utile per formulare la questione del modo in cui si passa da una situazione ad un’altra, che è solo una parte dell’analisi del problema propriamente dinamico. L’ipotesi di un equilibrio monetario non consente di interpretare effettivamente la realtà.

I tre temi sopra enunciati segnano un passaggio decisivo verso l’approccio della causazione circolare e cumulativa.

5. Dopo il 1933 Myrdal abbandona definitivamente i canoni metodologici tradizionali e comincia a dare al processo cumulativo un’importanza più ampia, trasformandolo in un modello applicabile a tutte le variabili. L’ipotesi adottata é che esso costituisca una rappresentazione adeguata di un processo dinamico, il quale va pertanto studiato come una sequenza causale che si svolge nel tempo. Ma la nozione di tempo considerata da Myrdal si differenzia da quella della scuola di Stoccolma. Un processo dinamico non è cioè tanto il movimento di un sistema da una posizione di equilibrio ad un’altra, quanto piuttosto una deviazione irreversibile da essa. L’analisi dinamica richiede così di indagare quei fenomeni, spesso non considerati dall’analisi economica, che determinano cambiamenti di tipo endogeno nel quadro di relazioni considerate. Nel modello wickselliano, l’introduzione delle aspettative fa sì che la relazione inversa tra prezzi e domanda assunta all’inizio della sequenza muti nel corso di essa. Un aumento dei prezzi dei beni capitali può generare, a causa delle aspettative ottimistiche che esso induce, un ulteriore incremento della domanda dei beni capitali che a sua volta, retroagendo ancora sul livello dei prezzi, porta ad un loro ulteriore aumento. In altri termini, Myrdal punta l’attenzione a quei fenomeni che negli sviluppi recenti dell’analisi dei processi dinamico-evolutivi, vengono definiti col termine di feedback positivi. Tale concetto, ampiamente utilizzato nell’ambito della teoria dei sistemi e delle cosiddette scienze della complessità, cattura un particolare effetto di retroazione negli insiemi di relazioni causali che descrivono i processi economico-sociali: il fenomeno che rappresenta la causa viene influenzato ‘positivamente’ dall’effetto che ha contribuito a produrre. Possono essere definite così catene causali circolari nelle quali le variabili implicate si muovono nella stessa direzione rafforzandosi a vicenda e destabilizzando, di conseguenza, il quadro di relazioni iniziali. Questo modo di rappresentare i processi coglie fenomeni diversi da quelli descritti dalla teoria tradizionale di equilibrio. In questa, le catene causali sono definite in maniera tale da far emergere sempre forze contrapposte ed uguali che arrivano infine ad annullarsi, con il risultato di far rimanere stabile l’insieme di relazioni logiche rappresentative del sistema studiato.

L’intuizione dell’importanza di fenomeni di retroazione positiva nello spiegare la dinamica di un sistema porta Myrdal ad adottare ciò che egli chiama un metodo ‘olistico’ di trattare i problemi, che costituisce un aspetto centrale dell’impostazione definita successivamente istituzionalista. Secondo l’autore, infatti, sono i fattori non economici a costituire la fonte principale degli effetti di rafforzamento, e pertanto un processo dinamico può essere esaustivamente studiato solo tenendo conto dell’interdipendenza di tutti i suoi aspetti, economici e non economici. Questi ultimi “must be taken account, when considering the movement of the system and also when analyzing what happens to one set of conditions, for example, economic factors or one economic indicator, such as production or GNP. Only a holistic, what I call ‘institutional’ approach is logically tenable” (Myrdal, 1974 p.730). Myrdal riteneva di aver condotto la critica all’impostazione teleologica dell’economia pura sul piano logico e sulle stesse basi logiche, rispettose cioé dei criteri della pura coerenza, intendeva ora costruire il nuovo approccio teorico. La connessione tra questi due argomenti viene esplicitata nel lavoro del 1944 sul ‘problema negro’ nella società americana e nell’ultimo capitolo metodologico di Economic Theory and Underdeveloped Regions (1957). In questi lavori i risultati ottenuti sul terreno epistemologico vengono collegati con quelli ottenuti sul terreno teorico. La tesi che non possa darsi una scienza sociale ‘oggettiva’ viene a saldarsi con lo sviluppo di una metodologia non rigorosamente astratta e deduttiva ma attenta alle specificità socio-istituzionali dei problemi analizzati. La critica all’impianto naturalistico della scienza economica ortodossa si connette cioè con una concezione dello sviluppo economico e sociale strettamente fondato sullo sviluppo storico: “le trasformazioni a lungo termine non sono niente più che i risultati cumulativi di una successione di cambiamenti a breve termine” (Myrdal, 1957, p. 45).

Nel lavoro sulla società americana iniziato nel 1938 e pubblicato nel 1944 (An American Dilemma) troviamo una prima applicazione della nuova metodologia. Il primo passo consiste nell’individuazione del necessario prius teorico (assunzioni realistiche) che consente di organizzare le indagini in modo da conferire ad esse un significato.
Myrdal si muove nell’ambito di una cornice funzionale data dalle premesse di valore dell’American Creed. Entro tali premesse si genera un ‘dilemma’ tra l’obbligo morale di una società aperta e moderna e le chances ineguali di vita dei suoi gruppi sociali (Knapp, 1999). Egli si dà l’obiettivo di spiegare il problema della povertà dei ‘neri’ entro tale società.
Viene formulato un modello di causazione sociale dinamica basato su una generale interdipendenza di tutti i fattori del ‘problema negro’ al cui interno i vantaggi o gli svantaggi iniziali dei gruppi sociali dovuti a specifiche cause storiche, per effetto di meccanismi di retroazione positiva, si autorafforzano. I diversi elementi riguardanti le caratteristiche di gruppo come educazione, abilità lavorative, tasso di disoccupazione, reddito, ricchezza, salute, influenza politica, etc, formano delle catene causali circolari le quali tendono a generare processi path dependent e instabili. Il modello proposto può essere brevemente riassunto con le sue stesse parole.

“In tutta la nostra indagine noi partiremo dal presupposto di una interdipendenza generale di tutti i fattori del problema negro. Il pregiudizio e la discriminazione dei bianchi mantengono il negro in una condizione di inferiorità, per tenore di vita, salute, istruzione, maniere e morale. Il che a sua volta fornisce un sostegno al pregiudizio dei bianchi. E così pregiudizio bianco e qualità dei negri sono l’uno ‘causa’ dell’altro. Se la situazione continua ad essere quella che è, e che era, ciò significa che le due forze si equilibrano. Tale ‘sistemazione’ statica è però del tutto accidentale. Ogni cambiamento in uno dei due fattori provocherà un cambiamento anche nell’altro, dando l’avvio a un processo di interazione in cui il cambiamento prodottosi in un fattore sarà costantemente sostenuto dalla reazione dell’altro. L’intero sistema si muoverà nella direzione del cambiamento iniziale, ma molto più innanzi… Se, per esempio, supponiamo che per qualche ragione sia possibile diminuire il pregiudizio dei bianchi e mitigare la discriminazione, è probabile che questo produca un miglioramento nelle qualità dei negri, il che può ridurre ancora un poco il pregiudizio dei bianchi, il che permetterà un nuovo miglioramento delle qualità dei negri e così via, in un processo di interazione reciproca. Se invece la discriminazione dovesse aumentare, vedremmo il circolo vizioso svolgersi verso il basso… Gli effetti opererebbero similmente, all’avanti o all’indietro, secondo il sistema concatenato di causazione interdipendente. In ogni caso il cambiamento iniziale sarebbe sostenuto da successive ondate di ripercussioni per le reazioni dell’altro fattore”(1944, 1958 pp.179-180).

I risultati finali di tale processo non sono necessariamente proporzionati alla dimensione del cambiamento iniziale, poiché le variabili interne al sistema sono soggette a molteplici influenze derivanti dall’esterno. Il movimento del sistema appare dunque come il risultato sia degli effetti cumulativi di tutte queste influenze, sia dell’interazione delle sue variabili. Lo schema esplicativo della causazione cumulativa conferisce dunque, sottolinea l’autore, significato teorico al ‘problema negro’. “Dietro la barriera di una comune discriminazione vi è unità e stretta interrelazione tra il potere politico dei negri, i loro diritti civili, le loro possibilità di impiego, gli standard di abitazione, di alimentazione e di abbigliamento; la loro salute, il comportamento e il rispetto per la legge; i loro ideali e le loro ideologie. Questa unità… tiene insieme tutti questi elementi in un sistema e li lega alla discriminazione bianca” (1944, 1958 p.180). Lo stesso schema consente di riconsiderare anche alcuni concetti di evidente importanza pratica, come per esempio quelli di “spreco sociale”, di “guadagni sociali” e di “costi reali”. Una volta chiarito il loro significato in relazione alle specifiche premesse di valore adottate, risulta possibile costruire su di essi eventuali olitiche riformatrici (1958, 1966 p.182).

Al di là comunque di un modello i tipo funzionale come prima definito, il principio cumulativo viene da Myrdal esteso a tutti i livelli del processo sociale e anche agli stessi giudizi di valore prevalenti in una data società. Le idee sono così considerate fattori essenziali di un sistema interdipendente di causazione, al cui interno i soggetti non reagiscono come individui isolati a dati esterni ma come gruppi di agenti che influenzano questi dati e dai quali sono a loro volta influenzati. Pertanto le valutazioni, le aspettative e i comportamenti ad esse legati sono considerati interni al processo sociale e da definire in relazione alle istituzioni e ai ruoli sociali. E’ questa la soluzione fornita da Myrdal alla questione delle aspettative, che nella prima fase del suo lavoro rimaneva aperta. Va infine osservato come, dato l’intreccio di differenti tipi di catene causali circolari, il sistema delle valutazioni sia caratterizzato da un’essenziale instabilità che può dar luogo a cambiamenti rapidi, a mutamenti istituzionali “la cui direzione non è predeterminata da tendenze o da forze naturali” (1944, 1966 p.83). A questa dinamica delle idee e dei comportamenti conseguenti, riconducibili solo in parte ad una forma di causazione meccanica quale quella data dalle abitudini e dalle convenzioni, Myrdal assegna il compito di rendere indeterminato il processo storico.
Nonostante il forte accento posto sulla dinamica sociale, Myrdal riconosce l’esistenza di una statica sociale, di quell’insieme di forze cioè che nel loro operare tendono a resistere ad ogni cambiamento. Comunque, in questa fase della sua opera esse non vengono assunte come oggetto di analisi. Una qualche forma di rigidità è imputabile alla struttura istituzionale della società che svolge il ruolo di rendere applicabili e di cristallizzare i giudizi di valore dominanti opponendosi agli effetti destabilizzanti del processo cumulativo. Tuttavia il punto di vista fondamentale di Myrdal è che “l’essenza di un problema sociale sta nel riguardare un complesso di cambiamenti tra loro concatenati, circolari e cumulativi” (1957, 1966 p.24).
Nello stesso lavoro del ‘44 Myrdal, sviluppando le intuizioni già presenti in Monetary Equilibrium, delinea una concezione dell’equilibrio diversa da quella tradizionale. “Nella scienza sociale abbiamo sfruttato in larga misura le nozioni e le teorie delle scienze naturali assai più sviluppate, in particolare della fisica. La nozione di equilibrio, per esempio, fa parte da secoli del nostro modo di ragionare. Essa è presente nella maggiorparte delle ricerche contemporanee, anche quando non vi è formalmente introdotta. Nella maggiorparte delle indagini sociali ci limitiamo a impiegare la variante semplice e statica della nozione di equilibrio, quella di equilibrio stabile” (1944, 1966 p. 188). Nella nota metodologica posta in appendice egli propone l’uso di altre nozioni ritenute più adatte per lo studio della società. La prima è quella di labile status di forze bilanciate (è il caso per esempio di una matita posta in posizione verticale); in tale situazione non vi può essere, dopo l’applicazione di una spinta, nessun aggiustamento o adattamento verso la posizione originaria. Un secondo tipo di equilibrio può essere rappresentato da una matita che rotola su un piano, che può fermarsi in qualsiasi punto. Un terzo tipo è il created equilibrium, l’equilibrio cioè che può essere ottenuto da forme di ingegneria sociale all’interno di un insieme in cui non vi è un ordine originario. Queste forme di equilibrio, a differenza del concetto di equilibrio stabile, permettono l’inserimento del principio cumulativo. Sembra chiaro da quanto detto che Myrdal consideri l’equilibrio essenzialmente nel suo significato logico. Tuttavia allo stesso tempo, data la relazione posta tra teoria e realtà, egli attribuisce ad esso una qualche rispondenza con situazioni reali. Come interpretarlo? Secondo la visione dell’autore, la società è caratterizzata da un insieme di forze in conflitto, contrastanti; l’equilibrio può essere così interpretato solo come una situazione provvisoria in cui tali forze occasionalmente (Kapp, 1976), o grazie a qualche forma di compromesso sociale-istituzionale, si bilanciano. In ogni caso la posizione delle forze in equilibrio non è mai il risultato naturale del loro gioco interno al sistema economico.
Se a questo equilibrio viene applicata una spinta, allora tutto il sistema si mette in movimento. Le ipotesi necessarie perché il processo dinamico si svolga sono essenzialmente due: la prima é l’esistenza di una interrelazione fra tutti i fattori di un sistema sociale, la seconda l’assunzione che non esista necessariamente un nuovo stato bilanciato, o un equilibrio, o un’armonia verso cui i fattori del sistema tendono ad aggiustarsi.

La prima ipotesi, dirà poi l’autore in Economic Theory and Underdeveloped Regions(1957), è comune anche all’assunto dell’equilibrio stabile, il quale può per questo essere inteso come uno strumento tecnico facilmente utilizzabile per comprendere e dimostrare l’interdipendenza delle variabili di un sistema economico. Il suo punto debole, che lo mina alla base, risiede comunque nella mancata considerazione degli effetti di rafforzamento, poiché esso presuppone unicamente l’azione dei meccanismi di stabilizzazione.

6. Per Myrdal, la nozione di causazione circolare e cumulativa contiene in nuce non solo il metodo per un’analisi più realistica dei mutamenti sociali, ma anche una visione della teoria generale dello sviluppo e del sottosviluppo. La considerazione di processi cumulativi collocati geograficamente contribuisce infatti a fornire importanti elementi esplicativi per la comprensione delle disuguaglianze regionali e della loro dinamica, alla quale Myrdal finalizzò buona parte della sua opera.
Nel lavoro del 1957 Economic Theory and Underdeveloped Regions, Myrdal applica il modello del ’44 all’analisi appunto di quel complesso di fenomeni raggruppati con il termine di sviluppo ineguale del capitalismo. La tematica non è certamente nuova fra gli economisti nella prima metà del novecento , ma la nozione di causazione circolare e cumulativa enunciata da Myrdal getta una nuova luce su di essa influenzando per alcuni anni il lavoro di molti economisti dello sviluppo. Le categorie tradizionali di sviluppo e sottosviluppo imperniate sul concetto statico di dotazione di risorse produttive vengono reinterpretate in senso dinamico. Nella nuova cornice di analisi la dotazione di risorse rappresenta infatti non solo la causa, ma anche il risultato, di reddito e ricchezza. Sono i fenomeni di rafforzamento a spiegare essenzialmente i processi di crescita e di declino di regioni e nazioni. Myrdal non si sofferma ad analizzare tali fenomeni ma ne accenna in termini storico-empirici.
Un primo gruppo di fenomeni comprende gli effetti della specializzazione, delle economie di scala e dalle economie esterne che danno luogo a rendimenti crescenti. L’autore sottolinea come piccoli vantaggi o svantaggi iniziali che caratterizzano una data situazione possono essere col tempo amplificati ed innescare di conseguenza processi virtuosi o viziosi di crescita. Il processo di crescita viene sostenuto dal potere di attrazione che lo spazio geografico in cui si colloca si trova ad esercitare per effetto di elementi spesso del tutto contingenti, a causa cioè di qualche circostanza storica che ha permesso, in un dato momento, che un’attività fosse avviata lì e non altrove. L’accrescimento continuo delle economie interne ed esterne, intese nel senso più ampio (Myrdal include in esse il valore dei mercati in espansione, il valore dell’incremento di lavoratori specializzati, il valore di più alti consumi, di più alti standard di salute, educazione e cultura), fortifica e sostiene infatti il continuo sviluppo di un’area a spese di altre.
Un altro gruppo di elementi concerne non tanto il rafforzamento della relazione circolare tra crescita del reddito e crescita degli investimenti all’interno di un sistema, ma soprattutto la diffusione ad altri sistemi, nazionali ed internazionali, degli impulsi che conducono alla crescita o al declino. Esso è costituito dalle migrazioni, dai movimenti di capitale e dai flussi del commercio interregionale ed internazionale. Il commercio tra paesi a differenti gradi di sviluppo ha l’effetto complessivo, argomenta Myrdal criticando gli assunti teorici di Heckscher-Ohlin-Samuelson, di incrementare le disuguaglianze.
Un terzo gruppo di meccanismi è costituito da diffusi fattori non economici aventi una natura specifica in relazione al problema studiato; tra questi sono da includere per esempio variabili che fanno riferimento alla distribuzione del potere economico e politico.

Pur limitandosi solo ad un’esposizione discorsiva di tali meccanismi, Myrdal si pone tuttavia il non facile compito della loro rappresentazione analitica. Egli ritiene importante sviluppare uno schema logico che consenta di “analizzare le interconnessioni causali nell’ambito dello stesso sistema, così come esso si trasforma sotto l’influsso di fattori esterni, e l’intensità dei suoi processi interni” (1957, p.28). Per ogni sistema i cui confini vanno delimitati in relazione al problema indagato, si tratta di costruire una matrice di elementi indicativi di condizioni sociali, ordinati e specificati nel loro rapporto di interdipendenza, misurato a sua volta da opportuni coefficienti di interazione. In relazione a questo tentativo analitico, valgono comunque le osservazioni di Streeten (1998) e le riserve di William Kapp (1976). Il primo critica Myrdal per la scarsa chiarezza con la quale tratta il problema della quantificazione dei coefficienti di interdipendenza, mentre il secondo, esprimendo dubbi simili, ritiene che manchino i dati e il tipo di matematica necessari.
Myrdal del resto constaterà l’enorme difficoltà di arrivare ad una conoscenza quantitativa di tali coefficienti. In un articolo del 1974 egli evidenzierà che “the coefficients of interrelation between all conditions in the social system… and time lags… usually are unknown” (1974, p.730). E nell’articolo del 1978 egli descriverà l’economista istituzionalista come “someone who does not think that the interrelating coefficients between economic factors can be measured with quantitative precision, and that we should be aware of the huge area of less reliable, complete and precise knowledge" (1978, p.775).

7. Per concludere, l’opera di Myrdal di notevole ampiezza ed efficacia nel consentire di individuare le basi epistemologiche e metodologiche sulle quali si sviluppa il concetto di causazione circolare e cumulativa appare invece appena abbozzata nei suoi contenuti strettamente analitici.
Sembra che il punto di approdo del percorso intellettuale dell’economista svedese sia una forma di totale scetticismo circa le capacità e l’utilità di una scienza sociale rigorosamente formulata sul modello delle scienze esatte. Negli anni successivi alla pubblicazione del ’57 egli infatti comincerà ad indirizzare i suoi sforzi verso tematiche specificatamente empiriche, applicandosi in particolare allo studio delle cause della povertà in Asia (1968) e alla definizione di politiche specifiche per combatterla (1970). Egli tenterà così fornire il proprio contributo alla risoluzione di un problema, il divario crescente tra paesi ricchi e paesi poveri, che a suo parere avrebbe condotto prima o poi il mondo alla catastrofe. In quegli stessi anni, la critica nei confronti della teoria economica ortodossa si farà anche più dura (1975).
La scelta pratica operata di Myrdal, ancorata ovviamente a precisi giudizi di valore, non implica comunque che i concetti metodologici ed analitici da egli introdotti non siano suscettibili di ulteriori sviluppi ed affinamenti. Prova ne sono lo sviluppo negli ultimi decenni di concetti e modelli riconducibili sostanzialmente alla sua concezione. Tra questi sono da includere i modelli kaldoriani di crescita basati sulla “teoria della ‘causa cumulativa’” (Kaldor 1986, p. 24), i molti modelli basati sui rendimenti crescenti, o più in generale su meccanismi autorinforzanti, sviluppati anche in ambiti specifici della teoria economica (organizzazione industriale, economia spaziale) o nella teoria del commercio internazionale, come pure i modelli basati sullo studio dei processi causali non lineari e sulla path dependence resi noti soprattutto da B. Arthur e P. David.
In effetti, l’uso della struttura logica della ‘causazione circolare e cumulativa’ permette di tracciare in maniera metodologicamente fondata una chiara linea di demarcazione tra un approccio basato su una concezione statica delle leggi del sistema economico e dei principi che le sorreggono e un approccio volto invece a cogliere le trasformazioni cui queste stesse leggi e i loro principi sono sottoposti. La nozione myrdaliana, che oggi ci appare direttamente assimilabile alla ‘retroazione non compensativa’ della teoria dei sistemi e alla ’retroazione positiva’ degli studi sulla complessità, in realtà si collega a tematiche classiche che hanno attraversato fin dalle sue origini il pensiero economico. Essa porta quindi con sé un ricco bagaglio di indicazioni metodologiche e teoriche, che va modernamente interpretato. Per questo non stupisce che il contributo dell’economista svedese costituisca ancora, nonostante tutto, una suggestiva fonte di ispirazione per quelle ricerche che, assumendo quali aspetti maggiormente caratterizzanti del sistema economico non il suo ordine interno ma la sua conflittualità, si pongono l’obiettivo di studiarne il movimento incessante piuttosto che la stabilità.